San Gregorio Armeno: ecco perché gli artigiani protestano

San Gregorio Armeno: ecco perché gli artigiani protestano

Avevo già accennato di essere passato per San Gregorio Armeno, quel fatidico lunedì quattro maggio. Ebbene, vorrei soffermarmi un momento su alcuni dettagli, in quanto, lungo il tragitto, mi sono imbattuto più volte in uno scenario di sdegno e preoccupazione, che nel corso della mattinata ha finito per tramutarsi in una vera e propria protesta.

Attraversavo per l’appunto il centro storico e molti esercizi commerciali erano chiusi. A voler essere precisi mi trovavo a Spaccanapoli ed intorno a me c’erano solo piccoli gruppi di persone che con molta probabilità erano uscite dalle loro abitazioni per fare una sana passeggiata all’aria aperta. Prima del quattro maggio si poteva uscire solo previa autorizzazione e proprio per questo nei volti della gente, in quel momento, leggevo un’espressione di gioia misto a sorpresa; ma le rivelazioni truci ed inaspettate dovevano ancora venire.

La rinomata strada dei presepi

Non appenai imboccai San Gregorio Armeno, sia da un lato che dall’altro della strada, vidi una fiumana di gente. Erano gli artigiani che solitamente esercitavano la propria professione lungo la rinomata strada napoletana, conosciuta da tutti per le numerosissime botteghe artigiane di presepi.

Gettai un rapido sguardo prima a sinistra e poi a destra, dopodiché mi avvicinai ad un uomo pelato, non molto alto, che se ne stava in piedi con in mano un cartello che riportava la scritta:

<< Napoli, 24 aprile 2020

COMUNICATO STAMPA

CONSEGNATE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, AL GOVERNATORE DELLA CAMPANIA E AL SINDACO DI NAPOLI LE PROPOSTE DEI COMMERCIANTI E ARTIGIANI DEL CENTRO ANTICO DI NAPOLI>> e di seguito il corpo del testo recitava un appello mosso da parte dei commercianti e dagli artigiani del centro antico; i suddetti, rivolgendosi al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Governatore della Campania ed al Sindaco di Napoli, presentavano alcune istanze ed alcuni suggerimenti “atti ad evitare il default delle attività ed uscire gradualmente dalla crisi economica che si è generata a seguito delle misure ed azioni restrittive adottate su scala nazionale per contrastare la diffusione del Covid-19”.

L’intervista

<<Buon giorno>> esordisco io con voce rotta <<Sono proprietario di un sito internet e vorrei scrivere un articolo che parla di questa “Fase 2”. Posso intervistarla?>>

Lui mi guardò con un’espressione vivace e senza esitare mi disse:

<<Certo>>

Così tirai fuori gli strumenti per lavorare e l’intervista ebbe inizio.

<<Come si chiama? E di cosa si occupa?>>

<<Daniele G., sono uno degli artigiani di San Gregorio Armeno>>

<<E come mai avete tutti in mano questo cartello?>>

<<Siamo tutti membri del “Corpo di Napoli”, un’associazione culturale e di promozione sociale. Oggi, con le dovute precauzioni, ci siamo riuniti per la prima volta per discutere sulle problematiche attuali che minacciano il nostro futuro>> e dopo una breve pausa con voce lenta e scandendo bene le parole

<<Non sappiamo se riusciremo a riaprire, tantomeno se riusciremo a superare questa crisi. Lo stato non è riuscito ad intervenire in nostro soccorso, pertanto non abbiamo ricevuto nessun aiuto concreto per riuscire a coprire le spese degli affitti, delle tasse, sull’energia elettrica. I decreti emanati favoriscono quelle attività che offrono beni di prima necessità, ma noi vendiamo prodotti accessori e per lo più lavoriamo con i turisti, che in questo momento non possono venire da altre regioni e da altre nazioni>>

<<Quali sono le soluzioni che si possono adottare al momento?>>

<<Chiediamo un contributo a fondo perduto, un unico scaglione di tassazione, una fatturazione dei consumi elettrici esclusivamente calcolata sul costo effettivo del consumo, esenzione dei tributi Comunali, esenzione di tutti gli oneri dovuti. Ecco cosa chiediamo>>

A quel punto sentii che ormai avevo valicato quel confine in cui cessa di esistere l’attività professionale e subentra un grande sentimento di fratellanza e di compassione. Per un istante io e Daniele ci guardammo. Aprii la bocca, come per dire qualcosa, ma non c’era più niente da aggiungere. E così rimasi in silenzio, con un gesto goffo salutai il mio amico e proseguii per la mia strada.

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Richiesta al governo da parte di “corpo di Napoli”: http://www.corpodinapoli.it/associazione/salastampa/2020/cs200424-richieste-a-governo-regione-comune%20.pdf

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L’emozione in un click: una donazione a sostegno dell’arte

L’emozione in un click: una donazione a sostegno dell’arte

Ingegnarsi, adoperarsi per fare del proprio meglio nel bel mezzo della pandemia di Coronavirus. Questo è lo scopo dell’iniziativa “#ShowMustGoOn – Rifiutarsi di essere sconfitti è già vittoria”, una campagna di solidarietà che mira a sostenere l’arte e l’intrattenimento, nonché il turismo e l’ecosostenibilità.

L’iniziativa si basa su un criterio ben preciso: “make it happen and receive a gift”, “fa in modo che succeda e ricevi un regalo”. Supportare il progetto, dunque, significa solo dare, ma anche avere. Tutti donatori potranno portarsi a casa dei “CoronaGadget” (mascherina, shopper, tazza). Per effettuare la donazione basta un click sul sito www.flavorchris.com oppure sulle coordinate bancarie/PayPal (beneficiario: Christian Turay; Causale: showmustgoon iban: IT26J0306967684510327287850; PayPal: flavorcrispy@gmail.com). I fondi raccolti verranno utilizzati per la creazione di nuovi articoli, video e podcast.

Mascherina:

Tessuto manopesca, 94% poliestere, 6% poliuretano, bordino in neoprene, prodotto riutilizzabile e lavabile in lavatrice a 40 gradi (non è un dispositivo sanitario).

Tazza di porcellana.

Borsa shopper:

Cotone 100% naturale, non trattato con coloranti.

Come noi tutti sappiamo, il dpcm 10 aprile 2020 ha sospeso le attività degli spettacoli dal vivo ed in più è vietato l’assembramento di persone in luogo pubblico. Proprio per questo il settore dello spettacolo è in crisi, basta pensare che il 25 febbraio 2020, agli inizi dell’epidemia di Covid-19, gli esperti hanno stimato che in una settimana, nel mondo del teatro, sono stati persi 10,1 milioni di euro al botteghino e sono stati cancellati 7.400 spettacoli. In questo contesto non è possibile esercitare la propria professione e l’inoperosità, purtroppo, rischia di trascinare in un abisso di ansia e preoccupazioni per il futuro.

A questo proposito la campagna “#ShowMustGoOn – Rifiutarsi di essere sconfitti è già vittoria” vuole proporre soluzione alternative, come se fosse uno scorcio di speranza nell’attesa di un vaccino.

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VICE #21 – Lockdown: depravazione e menzogna

VICE #21 – Lockdown: depravazione e menzogna

Giungere alla meta di questo assurdo viaggio mi sembra un’impresa impossibile. Da giorni trascorro le mie giornate camminando su e giù per la stanza, cupo in volto, con le braccia conserte e la testa china sul pavimento, come se stessi scontando una terribilissima pena detentiva. La mia piccola abitazione, che da principio era un luogo sicuro, in cui potevo foggiare la mia mente ed il mio ingegno, ora sta letteralmente soffocando tutto il processo creativo che fin ad ora mi ha stimolato a portare a terminare il manoscritto.

Per non impazzire, nei giorni scorsi ho programmato in modo meticoloso le mie giornate, e devo ammettere che nonostante le difficoltà del caso, l’iniziativa ha avuto una partenza non troppo difficile, in quanto ero nel pieno vigore delle mie forze creative; tuttavia, giunto a metà dell’opera, non so perché, mi sono sentito fiacco e senza volontà, e proprio per questo non sono più riuscito a realizzare nulla di concreto.

Così, l’inoperosità mi ha portato allo smarrimento che a sua volta mi ha trascinato in un turbine di passioni contrastanti che si agitavano nel mio cuore.

La mattina mi alzavo molto tardi, dopo aver trascorso lunghe nottate insonni, inchiodato nel letto, con gli occhi sbarrati, elucubrando sul mio avvenire. Verso mezzogiorno mi alzavo piuttosto irritato e dopo essermi lavato la faccia, buttavo un occhio fuori dalla finestra, bevevo il caffè e di controvoglia mi mettevo a lavorare al mio progetto. Seguiva il pranzo, che per altro era sempre lo stesso da almeno quattro giorni; dopodiché, il sonno pesante mi costringeva di nuovo a letto. Infine giungeva la sera ed io mi risvegliavo più stanco di prima. Cercavo di rianimarmi bevendo birra e mangiando pizza, ma non appena mi rimettevo a lavorare le afflizioni della vita mi impedivano di procedere dritto per la mia strada e così, per non lasciarmi sopraffare dal dolore, rimandavo il tutto al giorno seguente.

“Con una mente lucida e fresca, di certo, riuscirò a combinare qualcosa di buono” dicevo tra me e me, ma tutto questo carosello di sregolatezza e menzogna continuò per oltre dieci giorni. Durante questo tempo cercai di sottrarmi a questa spirale di ansia e turbamento, tuttavia, più cercavo di opporre resistenza e più venivo sopraffatto dalle circostanze, che mi costringevano a girovagare per casa con la faccia di un morto.

Ad un tratto, una sera, inebriato dai piaceri dell’alcool, ecco che, proprio mentre guardo il cielo di Napoli, riaffiorano alla mente tutti i buoni propositi. Di punto in bianco sulla volta celeste mi appare la Speranza cinta da ghirlande di alloro.

Era la sera del 2 maggio e quel giorno avevo determinato che era giunto il momento di uscire da quello stato di sconforto.

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#illibrodelgiovedì: “Il gatto che aggiustava i cuori” di Rachel Wells

#illibrodelgiovedì: “Il gatto che aggiustava i cuori” di Rachel Wells

Dalla rubrica “Consigli di lettura in quarantena”

Giovedì 30 aprile 2020

Articolo di Sarah Tripepi

Instagram: https://www.instagram.com/ladanzadeilibri/?hl=it

Bentornati all’ultimo appuntamento con i miei consigli di lettura per questa quarantena!

Come ultimo consiglio non potevo lasciarvi con un singolo libro, ecco perché ho deciso di parlarvi di un’intera serie che vede come protagonista lo stesso irriverente e buffo personaggio, il gattino Alfie.

Alfie è un gatto fuori dal comune, coraggioso e leale, sempre pronto ad affrontare una nuova avventura e soprattutto sempre pronto ad aiutare chi è in difficoltà, ovviamente alla sua maniera felina!

Il primo romanzo, “Il gatto che aggiustava i cuori” ha riscosso un grandissimo successo e non fatico a crederlo…

La scrittrice Rachel Wells, da brava amante dei libri e dei gatti, a mio parere non poteva svolgere un lavoro migliore, mescolando alla perfezione questi due elementi, regalando così ai suoi lettori libri leggeri ma mai banali, carichi di sentimenti positivi come lealtà, coraggio, fiducia in se stessi, amore e soprattutto amicizia, tutto condito con una bella dose di divertimento.

I questa serie di libri, che io vi consiglio di leggere in ordine per una migliore comprensione del background di ciascun personaggio, assistiamo ad una crescita da parte di tutti i personaggi presenti nel primo romanzo, un elemento che vi permetterà di empatizzare con ciascuno di essi e di affezionarvi alle loro storie, ma vediamo anche la comparsa di personaggi completamente nuovi e sempre ben caratterizzati.

Alfie inizialmente è un gatto di casa, che ama la sua padrona, ma che all’improvviso, sconvolto da un tragico evento, è costretto a lasciare per sempre la sua confortevole poltrona per trovarsi sperduto come un gatto randagio per le vie di Londra. Affronterà numerose sfide e molti pericoli, per approdare in Edgar Road, un quartiere residenziale che ospita villette deliziose e molti spazi verdi.

Nessuno però al momento sembra curarsi del suo arrivo, perché come si sa, gli umani spesso sono troppo persi nei loro pensieri e problemi per dare uno sguardo a ciò che li circonda; ma una delle caratteristiche di Alfie è quella di non darsi mai per vinto, ecco perché grazie alla sua capacità di comprendere gli umani forse anche più di quanto facciano loro stessi, decide di farsi notare a tutti i costi, iniziando a risolvere i loro turbamenti con fusa, piani astuti e tanta dolcezza.

Alfie è un personaggio che seguirete con piacere e che vi terrà compagnia come un amico fedele. Sempre impegnato in una nuova missione, si prenderà cura dei suoi amici a due zampe, andando ad eliminare definitivamente il pregiudizio sui gatti di essere egoisti, solitari e poco inclini all’affetto sincero.

Vi auguro una buona lettura e non dimenticate i seguiti: “Il gatto che insegnava ad essere felici”, “Il gatto che regalava il buonumore”, “Il gatto che donava allegria”, “Il gatto che aiutava a trovare nuovi amici”.

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VICE #20 – Quarantena la genesi: il cuore di Napoli

VICE # – Quarantena la genesi: il cuore di Napoli

L’appuntamento con S. era nei pressi della stazione metropolitana di Quattro Giornate, purtroppo però non potevo contattarlo, poiché il telefono aveva la batteria scarica e per di più non avevo abbastanza credito per chiamarlo. Ma per mia fortuna, poco prima di partire, su un taccuino che porto sempre in tasca, in matita, avevo annotato l’indirizzo del mio amico, e nonostante le avversità del caso non mi persi d’animo e mi apprestai a raggiungere la sua abitazione.

Non fu difficile arrivare in loco, anche perché dal centro storico il tragitto è breve, sebbene in salita.

Arrivato davanti alla stazione metropolitana di Quattro Giornate chiesi indicazioni ad un passante che mi indicò un’enorme palazzo di colore giallo, uno di quelli costruiti nel il dopoguerra, quando si verificò la grande speculazione edilizia.

Era un’edificio in calcestruzzo armato, piuttosto alto e di forma rettangolare. Non aveva nessuna peculiarità estetica e con molta probabilità era stato costruito con il solo scopo di poter accogliere il maggior numero di famiglie.

Quando mi avvicinai al cancello lo guardai con attenzione, dopodiché estrassi dalla tasca il taccuino e lo consultai. Il cognome che cercavo era posto in alto a sinistra e non appena citofonai, quasi subito mi fu aperto. Rimasi come paralizzato, fino a ché ad un certo punto non udii una voce di basso che diceva

“Entra” ed allora entrai.

C’erano dei gradini in marmo che conducevano ad un cortile, io li scesi con grande compostezza, come se fossi un soldato in servizio, e mi misi in una zona periferica a guardare le finestre dei piani superiori del palazzo. Ricordo che regnava un silenzio insolito ed io nell’attesa di vedere il mio amico tamburellavo con le mani sulle cosce. Credo che siano trascorsi pochi minuti ma in quel momento sembrò che fosse passata un’eternità. In mente, nel frattempo, passavo in rassegna tutti gli argomenti che di lì a poco avrei potuto esporre per fare una figura dignitosa, anche perché, bisogna dirlo, io ed S, non eravamo proprio amici. Due anni prima io e lui lavorammo insieme ad un progetto teatrale, ma niente di più. Avevamo giusto delle amicizie in comune e per questo capitava che di rado ci incontrassimo, ecco tutto.

Insomma, a conti fatti, avendo appurato che in quella circostanza era meglio rimanere in silenzio piuttosto che correre il rischio di fare qualche uscita sconveniente. E così infine, nel bel mezzo delle mie elucubrazioni, ecco che S. fece la sua apparizione.

Uscito da una porta che stava sulla mia sinistra, egli a passo rapido mi si avvicinò, fece un cenno con la mano e si fermò davanti a me, a qualche metro di distanza. Io lo guardai con uno sguardo inquieto. Era un uomo di bell’aspetto, non troppo alto e con la barba. In dosso portava degli abiti semplici ed in mano teneva una grande busta blu che appoggiò subito a terra.

“Questo è tutto” disse con tono reciso, dopo aver esitato un istante. Poi si allontanò dalla busta e con un’espressione seria concluse “non ti faccio salire perché ho paura per la bimba”. Io annuii con il capo e vedendo che lui mi guardava fisso mi avvicinai alla busta e senza troppi convenevoli, dopo aver raccolto tutto l’occorrente, uscii dal palazzo assieme a lui.

A quel punto S. mi fece un cenno con il capo e vedendolo allontanarsi lo seguii senza fare troppe domande. Camminammo in silenzio per qualche metro, fino a ché non arrivammo davanti ad un altro palazzo molto simile al primo. Lui citofonò e, dopo essersi identificato all’interlocutore ignoto, mi esortò ad aspettarlo.

Quando scese mi mise in mano una piccola busta bianca e con tono grave disse

“è da parte di mia cognata, una donna di fede” ed a passo spedito ritornammo al punto di partenza, dove con tanta freddezza, senza troppi giri di parole, ci salutammo.

Fu in quel momento che realizzai quanto fosse atroce tutta questa storia. Il virus, difatti, aveva privato ogni azione della sua essenza ed anche un gesto compassionevole, come ad esempio quello di S., era stato ridotto ad un puro formalismo. Giorno dopo giorno, il volto umano della società stava sbiadendo come se fosse una vecchia fotografia.

“Tutto questo è davvero terribile!” pensavo mentre mi recavo all’incontro successivo, a casa di G., a vico N..

E qui, miei cari lettori, mi vorrei soffermare ancora una volta, poiché devo confessarvi che G. lo conoscevo ancor meno di S.. Io e lui c’eravamo incontrati per la prima volta “mizz’ a via”, ma né ricordo dove né ricordo quando. Avevamo giusto una cara amica in comune, niente di più.

“Da non crederci” pensai io, camminando verso casa sua, mentre con la mente cercavo di fare la somma di tutti gli episodi in cui ci eravamo visti.

“Non ti preoccupare. È come se fossi stato io a chiedere aiuto” mi disse lui con un sorriso bonario non appena mi vide in piedi, con un’espressione malinconica, davanti alla porta di casa sua.

Una volta accolto in casa, durante la mia breve sosta, intavolammo una lunga conversazione e bevemmo un po’ caffè.

Questa volta però la situazione era un po’ più tranquilla ma ricordo molto bene che mentre durante la conversazione, ora guardavo la tazza del caffè, ora gettavo delle rapide occhiate al mio amico, che guardavo di sbieco, per non incrociare il suo sguardo e soprattutto per non lasciare trapelare il mio disagio interiore.

Davanti a tanta umanità, mi sentivo debole. Volevo reagire in qualche modo, ma non avevo i mezzi per farlo. E così, come avvenne anche negli incontri successivi per tutto il tempo provai un tormentoso senso di vergogna.

Infine, al termine del mio peregrinaggio, avevo accumulato molte fortune e così decisi di tornare da Sister. Essendo che il portone del palazzo era aperto, entrai, salii le scale e non appena mi trovai davanti alla sua porta mi misi a bussare con insistenza. Lei aprì e vedendomi arrivare con tutti quei viveri mi guardò meravigliata. Senza perdermi in chiacchiere divisi le miei ricchezze e, dopo averla salutata, me ne andai a passo svelto. La mia missione non era ancora completata, poiché, in tutta questa storia, prima di tornare a casa, dovevo incontrare Ciro.

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Foto di Plush Design Studio

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VICE #19 – Genesi: Addò magnano duje ponno mangià pure tre

VICE #19 – Addò magnano duje ponno mangià pure tre

Accadde che, proprio il 10 marzo del 2020, Sister ricevette un sollecito di pagamento. Quando le telefonai per chiedere un aiuto economico, mi confessò che nei mesi precedenti non aveva pagato alcune bollette e molto dispiaciuta mi disse che per sanare il debito contratto ora le sue finanze erano ridotte allo stremo.

“Ma queste non sono altro che sciocchezze” disse lei con voce dolce e suasiva “ce la caveremo anche in questa situazione! Vieni da me più tardi e ti aiuterò come meglio posso” concluse con fermezza. Ed io, senza troppe domande, dopo aver attaccato il telefono, andai da lei.

Ricordo quel mercoledì 11 marzo 2020 come se fosse ieri. Gli avvenimenti si susseguirono con una velocità spaventosa e io facevo molta fatica a fare il punto della situazione.

Lungo tutto il tragitto mi balenarono i pensieri più tristi e così, senza neanche riflettere su quel che stavo facendo, estrassi il telefono dalla tasca e scrissi a tutti i miei contatti un disperatissimo messaggio d’aiuto.

Poco prima di arrivare sotto casa della mia amica incomincia a ricevere diverse telefonate. Alcune erano persone che venivano prontamente in mio aiuto ed avevano già predisposto tutto l’occorrente per il mio sostentamento; altre erano persone che cercavano di capire come potevano aiutarmi; altre ancora erano persone a cui era toccata la mia stessa sorte, che ora mi contattavo perché nella mia sventura trovavano conforto. Prima di andare avanti in questo raccontò però vorrei notare, che tutti colore che si sono offerti di aiutarmi, non erano nobili o aristocratici, bensì lavoratori precari e piccoli borghesi, che per altro erano stati colpiti dalla crisi. E proprio per questo motivo procedevo verso la mia direzione a passo sempre più incerto.

Quando infine giunsi da Sister avevo già una serie di appuntamenti con i miei benefattori.

“Ho risolto” urlai alla mia amica non appena si affacciò alla finestra, quella del salotto, posta al secondo piano; dopodiché fendendo l’aria con la mano aggiunsi con tono vivace “non ho più bisogno del tuo aiuto”.

Sister se ne stette lì immobile, come se fosse uscita fuori da un dipinto impressionista. Poggiava con entrambi i gomiti sul davanzale della finestra e con i suoi occhi grandi e azzurri mi guardava con un’espressione pensosa e distaccata. Ad un certo punto ella aggrottò la fronte, mi fece un cenno con la mano e scomparve dentro casa.

Per un minuto abbondante rimasi sgomento nel bel mezzo della strada, fino a ché ad un tratto la mia amica non si riaffacciò di nuovo, con un’espressione del volto serena e distesa. Cosa fosse accaduto dentro di lei in quel lasso di tempo, non potrò mai saperlo, ricordo solo che fece un ampio sorriso, allungò il braccio e, lasciando cadere una piccola busta gialla, mi urlò

“Addò magnano duje, ponno mangià pure trece”.

La busta gialla volò in aria ed io con uno scatto felino l’afferrai ancor prima che toccasse terra; dopodiché l’aprii e con grande sorpresa vidi che al suo interno c’era del denaro, ma quando sollevai lo sguardo in direzione della finestra, Sister, non c’era già più.

“Non è possibile” pensai io.

Ci fu una breve pausa. Mi guardai intorno con un’espressione inquieta e nella speranza di rivedere Sister tornai a fissare la finestra del secondo piano, ma non si affacciò nessuno.

Così, urlai invano e dopo essermi rassegnato all’idea di poter ricevere dei chiarimenti, mi apprestai a partire.

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https://www.canva.com/photos/MADGyX-_EGs-gray-ceramic-mug-with-pink-beverage/ Foto di Stephanie Pombo

VICE #18 – Quarantena la genesi: era solo un falso allarme?

VICE #18 – Quarantena la genesi: era solo un falso allarme?

Per la cronaca, Sister è una giovane ragazza solare ed amorevole, una di quelle persone che a mio avviso incarnano alla perfezione tutta la vera essenza napoletana. All’età di ventisette anni circa Sister si era iscritta alla facoltà di lettere con il proposito di diventare un’eccelsa letterata, ma quando la conobbi già faticava a portare a termine i suoi studi. Questo, però, è un dettaglio irrilevante. Vi dirò piuttosto che, circa un anno fa, quando cercavo un alloggio nel napoletano, fu proprio lei a dar prova delle sue virtù ospitandomi a casa sua.

Era quello un periodo piuttosto oscuro per entrambi e ricordo bene che in quel momento la mia amica stava affrontando una tumultuosa lotta interiore con sé stessa. Ancora non comprendo quali siano le ragioni che l’abbiano spinta ad accogliermi, anche perché poteva far finta di niente e starsene tranquilla per i fatti suoi. Può darsi che quando ci siamo conosciuti in circostanze fortuite, nel lontano 2016, io le abbia fatto una buona impressione; o forse, vedendomi nel momento del bisogno, nel riflesso della mia disperazione rivedeva sé stessa e l’inconsolabile sconforto in cui era piombata durante travagliato percorso di studi universitari; fatto sta che alla fin fine, oltre che coinquilini, diventammo amici stretti. Condividevamo tutto gioie e dolori, e sono orgoglioso di dire che l’affetto reciproco durò nel tempo, anche quando trovai un’altra sistemazione.

Fu per questa ragione che la sera del 9 marzo 2020, Sister mi chiamò. Era preoccupata per quello che stava succedendo, ma non lo lasciava trapelare. Parlammo a vanvera, senza fissarci su un argomento in particolare; dopodiché con tono affettuoso lei esordì dicendo

“Stai bene? Ti servono soldi?”

Ci fu qualche secondo di silenzio. Io impallidii come un cencio e dopo qualche secondo di esitazione cercai di ravvivarmi e risposi con voce rotta

“No! Al momento non sono messo poi così male” e cercai subito di deviare dal discorso.

La conversazione andò avanti per un po’ e ad un certo punto Sister sentendomi turbato mi disse con tutta franchezza che ‘ se avessi avuto bisogno di aiuto, avrei potuto contare su di lei’. Io replicai con tono bonario dicendole che tutta quella situazione era solo un falso allarme e che le cose presto si sarebbero rimesse a posto; dopodiché dopo averla rassicurata la salutai con caloroso affetto.

L’indomani, giorno in cui questa storia volse in una direzione inaspettata, io uscii di casa cercando di capire come potevo raccapezzare denari. La verità è che fino all’ultimo ero convinto che sarei riuscito a trovare un sistema per sopravvivere e poi proprio non mi andava di infastidire la mia amica, poiché sapevo che anche lei in quel momento stava vivendo in condizioni economiche burrascose. In più, c’è da dirlo, in qualche modo cercavo di preservare la mia reputazione, anche perché non ho mai sopportato l’idea apparire come un accattone sotto gli occhi degli altri. E, così con un portamento maestoso, quel giorno mi addentrai nelle strade del centro.

Era sera ed il sole volgeva ormai al tramonto. Io camminavo lungo via Toledo e andavo in direzione di piazza Dante, assorto nei miei pensieri, senza prestare troppa attenzione a quel che mi stava accadendo attorno.

Da una parte all’altra, i marciapiedi erano deserti, fatta eccezione per qualche persona qua e là che avanzava guardinga e a passo svelto. Al centro della strada vi erano tre agenti di pubblica sicurezza che camminavano in direzione contraria alla mia. Ricordo che uno dei tre, quello che camminava al centro per l’esattezza, attirò la mia attenzione. Egli era un uomo sulla cinquantina, dal viso squadrato ed il naso adunco. Indosso portava una divisa stretta che metteva in risalto le spalle larghe. Il suo passo era veloce e regolare e guardandolo in volto, per un momento, mi sembrò di vedere un animale famelico in cerca della sua preda. Aveva l’aria di uno che avrebbe fronteggiato qualsiasi situazione senza troppi problemi, e gli agenti alle sue spalle rafforzavano le sue convinzioni.

In men che non si dica mi trovai davanti i tre agenti, erano a pochi metri di distanza da me ed a un certo punto quello al centro guardò i suoi due colleghi e fece un cenno con la testa. Lì vidi avanzare a passo deciso ma anziché venire verso la mia direzione andarono da un uomo che in quel momento si trovava lì a pochi passi. Io continuai a camminare ma nell’accingermi a proseguire dritto verso piazza Dante gettai un’ultima rapida occhiata. L’agente dalle spalle larghe se ne stava fermo ad osservare compiaciuto i suoi colleghi mentre fermavano l’uomo, un signore di origine srilankese dal volto tondo ed i capelli impomatati. Non riuscii a capire cosa i due agenti gli stessero dicendo, tuttavia da come si muovevano senza staccare lo sguardo da lui, si vedeva che l’uomo in quel momento era stato messo in una posizione di stallo.

Fu quello un episodio al quanto strana e singolare ma cercai di dominare me stesso e proseguii per la mia strada; tuttavia, ahimè, la mia corsa alla ricerca di pensieri tranquilli, ormai, volgeva al termine.

Non appena giunsi nei pressi di piazza Dante mi fermai a guardare in direzione di una panchina, sulla mia destra. In piedi stava una donna anziana rubiconda, dai capelli biondi, che parlare in modo concitato, agitando di tanto in tanto la vestaglia bianca che aveva indosso; mentre sulla panchina vi era una giovane coppia di fidanzati che ascoltava con avidità quel che stava dicendo il loro interlocutore. Avvicinandomi vidi che la donna per un momento si interruppe e mi guardò di sbieco, ma non appena mi allontanai ecco che riattaccò il discorso. Io feci finta di niente e mi misi a sedere su una panchina un po’ più in là ed osservai con attenzione la scena cercando di non farmi vedere.

Anche in quel caso era difficile riuscire a captare l’oggetto della conversazione, ma il timbro metallico della donna suscitò su di me una sgradevole impressione; dopodiché la donna si mise a sbraitare tutto d’un fiato e senza sosta, come se avesse voluto precisare qualcosa di importante, e così io riuscii finalmente a sentire le seguenti parole:

“Credetemi, io ho vissuto durante gli anni della seconda guerra mondiale, quando i tedeschi avevano occupato la città, ma non mi era mai capitato di vedere una situazione tragica come questa. Ora stiamo combattendo contro un nemico invisibile. Se dovesse salire il numero di contagi, dove li metteremo tutti i malati? Negli ospedali non ci sono abbastanza posti! Dobbiamo abituarci all’idea di vedere morire i nostri cari. In più non parliamo del danno economico che…”

A quel punto mi alzai dalla panchina e senza ascoltare oltre me ne andai a gambe levate verso casa, cercando tutte le notizie opportune sull’epidemia, che prima avevo ingenuamente ignorato. Avendo constatato che in effetti si stava per avvicinare una catastrofe, presi il telefono e chiamai Sister.

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VICE 17# – Quarantena: la genesi

VICE 17# – Quarantena: la genesi

Quando tutto ebbe inizio mi trovavo a Napoli ed avevo appena allestito uno dei miei primi lavori teatrali. Era una produzione indipendente che ero riuscito a promuovere al di fuori dei circuiti teatrali tradizionali; tuttavia accadde che, proprio in quel periodo di vana gloria, sopraggiunse quella dannata epidemia di Coronavirus ed in men che non si dica tutti i miei progetti artistici si dissolsero nel nulla. Ma in quei giorni nefasti, ahimè, lo devo ammettere, assieme a tutti i miei propositi, non sfumarono solo le mie convinzioni, ma anche tutte le mie speranze.

Quell’evento fortuito mi aveva fatto letteralmente sprofondare in uno stato di grave avvilimento e non facevo altro che trascorre il tempo in solitudine, nella mia abitazione, lasciandomi assuefare dalle preoccupazioni. D’altra pare questa è la sorte che presto o tardi spetta a tutti coloro che come me tendono ad idealizzare troppo la realtà; come Don Chisciotte, tutti questi eroi privi di senso pratico, prima o poi finiscono per consumare le proprie forze fisiche e mentali battendosi per ideali irraggiungibili. E così fu anche per me.

Guardando indietro agli eventi, forse, sin dal principio sarei dovuto rimanere a S., dove sono cresciuto. Lì condurre una vita normale, vicino alla mia famiglia, trovare un lavoro normale, una compagna fedele, una casa accogliente e svolgere tutte quelle attività che di solito fanno le persone per l’appunto normali. Eppure mi sono sempre ribellato ai condizionamenti che la società impone, poiché, dal mio punto di vista, ho sempre creduto che le convenzioni, per quanto possano essere rispettabili, talvolta soffocano il processo evolutivo di crescita personale. Ed io invece sentivo la necessità di realizzare “qualcosa” di importante, un “qualcosa” che non riuscivo a portare a compimento in quella cittadina di quarantamila anime. Così scelsi di condurre una vita solitaria e piuttosto instabile, priva di certezze per l’avvenire, una vita lontana dagli affetti familiari, e che per altro non dava nessuna sicurezza sul versante economico.

Se non fosse stato grazie all’intercessione di anime pie, che talvolta sono intervenute in mio soccorso nel momento del bisogno, con molta probabilità, per via del mio stile di vita nevrotico, già da tempo sarei stato internato in manicomio proprio come accadde a Dino Campana, il nostro caro poeta.

Ma per mia fortuna anche allora, nel momento cruciale in cui iniziò a propagarsi il virus, riuscii a salvarmi grazie a Sister, un altro personaggio che ha preso parte attiva e diretta alle vicende di questo racconto.

Potresti essere interessato all’iniziativa #illibrodelgiovedì, una serie di consigli di lettura in quarantena. Guarda qui:


https://flavorchris.wordpress.com/2020/04/23/illibrodelgiovedi-circe-di-madeline-miller/

con Sarah Tripepi

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#illibrodelgiovedì: “Circe” di Madeline Miller

#illibrodelgiovedì: “Circe” di Madeline Miller

Dalla rubrica “Consigli di lettura in quarantena”

Giovedì 23 aprile 2020

Articolo di Sarah Tripepi

Instagram: https://www.instagram.com/ladanzadeilibri/?hl=it

Se siete amanti della mitologia greca, a mio parere non potete certo lasciarvi sfuggire l’occasione di perdervi tra le pagine di questo libro dal sapore dolce-amaro.

Si tratta della rivisitazione della vita di uno dei personaggi più controversi e anche fraintesi dell’Odissea, Circe, la maga che ospitò Odisseo e i suoi compagni di viaggio, per poi trasformare questi ultimi in maiali.

Ma chi è davvero Circe?

Oltre ad essere una maga potentissima, figlia del dio del sole Elios e della ninfa Perseide, è prima di tutto una donna affascinante e indipendente, molto diversa dai suoi fratelli e sorelle divini, dei quali non condivide né atteggiamenti né passatempi.

Circe è un personaggio femminile forte, che non teme la propria diversità, che ama il mondo e la compagnia dei mortali, che osserva con piacere ed empatia.

A causa delle sue diversità ben presto sarà costretta a vivere in solitudine sull’isola di Eea, ma come da suo temperamento, non si perderà d’animo e ben presto diventerà parte di quella terra che la ospita, sfruttandone le risorse e imparando da tutto ciò che la circonda.

Lo considero un libro perfetto per il nostro periodo di reclusione. Circe infatti, non si lascia abbattere dalla situazione e trae giovamento dal suo esilio, imparando a gestire animali e piante selvatiche e ad affinare le sue virtù magiche… Proprio come alcuni di noi, che stanno sperimentando nuove ricette o stanno sviluppando nuove passioni.

Circe dovrà ben presto prendere coscienza delle proprie decisioni e fronteggiare qualcosa che sta rimandando da troppo tempo, ovvero la decisione di appartenere definitivamente ad un mondo, il proprio, fatto di dèi, con i loro vizi, le loro invidie e i loro divertimenti frivoli e a volte crudeli, oppure il mondo degli uomini, fatto di gioie, amore, amicizia, ma anche di dolore e paure.

L’autrice, Madeline Miller ci trasporta in un mondo incantevole, dal sapore mitico e grazie alla sua penna ci fa entrare fin da subito in sintonia con la protagonista e le sue sensazioni più intime, trasformando una donna da troppo tempo fraintesa e considerata ambigua, in una vera e propria eroina da amare e comprendere.

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Poetry After Dinner #8 – Paolo Agrati – Omne animal post coitum triste est

Poetry after dinner #8 – Paolo Agrati – Omne animal post coitum triste est

Di Paolo Agrati

Doppiaggio: Margherita Romeo

Musica: Daniele Fazio

Disegno di copertina: Claudio Zaddei

Omne animal post coitum triste est

Ho lasciato il mio seme in un sacchetto di gomma

nella pattumiera di un albergo. Ho fatto un bel nodo

stretto e l’ho gettato assieme ai fazzoletti sporchi

agli involucri dei saponi, le boccette vuote di doccia schiuma

i mozziconi di sigarette nella cenere, le cartacce con gli appunti

e tutti i miei rifiuti in genere.

Mi hai detto che ti ricordi di me ogni volta che passi

da un cassonetto perché il nostro primo bacio fu proprio

li davanti. Ci tenevamo stretti come gli amanti nei film

muti e abbiamo lasciato che le lingue parlassero frugandoci a fondo.

Non siamo noi, è l’amore stesso che ha bisogno

che qualcuno gli permetta d’esistere, che lo metta al mondo.

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Visita la pagina di Paolo: http://Paolo Agrati: /https://paoloagrati.wordpress.com/

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Facce di Porto

La signora è bella, ha un viso speciale

ma le manca qualche dente. Il sorriso

si spiega, dirompente, come le case

magre ed eleganti alcune diroccate

assenti; in fila a lastricare la via

che porta al fiume, di lucide piastrelle.

C’era un tizio al parcheggio sul promontorio

in una Renault, l’ho notato per sbaglio

guardava un giornaletto porno che però

ha subito nascosto. Pensavo è tempo

che la carta non va più di moda e poi da

quel posto la vista era proprio stupenda.

Un drogato con la faccia devastata

malinconica come la luna mi ha

chiesto una monetina per l’auto in sosta.

Gli ho dato pochi spicci. “Por dois dias!”

imprecava. L’ho lasciato sulla strada

ho messo la prima e sono scappato via.

Se li ascolti bene, dopo un po’ di tempo

i lamenti dei mendicanti suonano

come dei mantra. È curioso, passano

la maggior parte delle giornate fuori

dalle chiese ripetendo le parole

a oltranza senza parlare con nessuno.

Un nasone rosso pieno di vene che

cercano l’uscita dal grugno. Sentieri

colore del vino salgono e scendono

per il colle come fossero montagne

russe; un gabbiano grasso frigna in cielo.

Ci mostra col volo, la via del bicchiere.

Così lontana, tu. Dormi qui, accanto

profumi di ciliegia, liquore rosso.

Anche senza toccarti, ti sono dentro.