Cos’è l’ineguaglianza? Ne parliamo con Brave Girls

Cos’è l’ineguaglianza? Ne parliamo con Brave Girls

29 luglio 2020

di Flavor Chris

Tempo di lettura 1′ 30

Essendo che la nostra società è in bilico tra menzogna e progresso, volevo capire da quale parte pende la verità.

Così, al fine di superare i dubbi che dimorano nella mia mente, ho deciso di trascorre qualche giorno Roma.
Nella Città Eterna ho intavolato una discussione amichevole con Mary, una scrittrice romana che collabora con una rivista indipendente chiamata Metropolitan Magazine.

Libertà individuale, parità di genere e social media, sono solo alcuni degli argomenti che abbiamo trattato durante l’incontro. Ma devo ammettere che, quando si cerca di risolvere quesiti filosofici di un certo tipo, non è sempre facile approdare ad una soluzione.

Individuare quale sia l’origine dell’ineguaglianza sociale tra uomini, difatti, è quasi impossibile; tuttavia io e la scrittrice romana abbiamo accettato la sfida e ci siamo impegnati in questa impresa.

In un’atmosfera affabile ed informale, Mary ci ha offerto la sua esperienza come giornalista e al contempo ci ha fornito il suo punto di vista in quanto donna, scrittrice e femminista.

Una discussione davvero curiosa e ricca di contenuti, che nonostante tutto presentava un forte contrasto di sapori.

Ma la nostra azione non è stata fine a sé stessa, poiché entrambi eravamo mossi dal desiderio di condividere i nostri pensieri, le nostre riflessioni, nonché i nostri sentimenti. Questo ci ha portato a cercare di capire se gli oppressi riescono a svincolarsi dalla stretta degli oppressori, oppure se gli uni sono inevitabilmente soggiogati dalla potenza degli altri.

Lungo il tragitto, che da Napoli Centrale mi ha portato a Roma Termini, mi sono chiesto più volte:

<<Qual è l’origine dell’ineguaglianza tra gli uomini?>>

A questo incontro non ho voluto presentare delle risposte, bensì, sollevare numerose domande. E qui in questo articolo, miei cari lettori, vi riporto il podcast che io e Mary abbiamo registrato. Buon ascolto.

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Foto di Miguel Á. Padriñán

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Metropolitan Magazine: https://metropolitanmagazine.it/

Brave Girls: https://metropolitanmagazine.it/category/cultura/brave/

Tindersurfer #1: Pandora

Tindersurfer #1: Pandora

10 luglio 2020

“Come nasce l’amore? Che cosa ci sospinge a compiere eroiche imprese? E ancora, secondo quali criteri si sceglie un partner?” Ecco alcuni degli interrogativi che, da un po’ di tempo a questa parte, mi sono posto.

Se Arthur Schopenhauer fosse ancora in vita, probabilmente, direbbe che “ogni nostra attività è legata all’istinto”. Ma è veramente così?

So che farsi delle domande per cercare di sapere o capire, per porre la soluzione a dei dubbi, oppure per esprimere incertezza sull’utilità di alcune scelte, probabilmente è fuorviante: l’amore è misterioso e ogni forma di ragionamento logico non fa altro che avvolgerlo ancor più nel mistero; tuttavia, determinate circostanze, ahimè, mi rendono curioso.

In primo luogo desidero ardentemente sapere, per amore del conoscere, quali sono i meccanismi comunicativi che gli individui, oggi giorno, utilizzano nella vita quotidiana (lo so, sono rimasto indietro: non ho nemmeno WhatsApp!); in secondo luogo vorrei approfondire il rapporto che intercorre tra la comunicazione e le relazioni sentimentali nell’era digitale; in ultima istanza, mi piacerebbe creare uno spazio di discussione in cui è possibile imbandire discussione sul sesso e sulle dinamiche di coppia.

A questo proposito ho deciso di aprire il vaso di Pandora ed ho scaricato Tinder, “l’app per dispositivi mobili che facilita la comunicazione tra gli utenti interessati a chattare tra di loro” (Wikipedia).

Nei seguenti articoli riporterò la mia personale esperienza come “Tinder Surfer” e mi piacerebbe condividere con voi, mie cari lettori, le mie riflessioni e le mie conclusioni a proposito.

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Foto: https://www.canva.com/photos/MADGyTQIZnk-black-android-smartphone/?action=DOWNLOAD

Violenza e stupro: tutta questione di stereotipi?

Violenza e stupro: tutta questione di stereotipi?

Di Grazia Scano

Tempo di lettura: 4 min

Da poco ho visto una mini-serie tv: Unbelievable. Parla di stupro.

Il primo episodio inizia con la denuncia della ragazza alla polizia. L’attrice ha avuto un’interpretazione unica. Mentre era lì seduta sul divano a fare la sua dichiarazione al poliziotto, mi sono completamente immedesimata in lei. Ho provato le sue stesse emozioni. La sua stessa rabbia, la sua vergogna, la sua paura. Aveva il terrore negli occhi. E nonostante tutto, buttava giù una forza indescrivibile. Parlò appena dopo l’accaduto, nel frattempo nella sua testa i flashback. Il poliziotto continuava le sue domande, ancora, e ancora domande.

Per tutta la durata della serie la vittima é stata messa in discussione. Prima lei come persona. Le sue abitudini, il suo carattere, la sua esuberanza; poi la versione dei fatti da lei raccontata. Il suo racconto non era preciso, era confuso.

Mi ha fatto riflettere. È stato facile proiettare tutta la vicenda sulla nostra società, a quel che ancora succede a molte vittime di stupro. Io le chiamo le sopravvissute. Perché le hanno ammazzate dentro, e nonostante questo si muniscono di tutta la forza possibile e combattendo con i loro mostri vanno avanti, o almeno ci provano.

Sono state private di tutto. Hanno una guerra interiore. Non riconoscono il proprio corpo, a volte addirittura lo disgustano. Sono state violate nella mente e nel fisico. E come se non bastasse devono combattere un’altra battaglia: riuscire a farsi credere.

Le viene urlato di denunciare, ma poi le querele rimangono nel più assordante silenzio.

C’è sempre qualcosa che fa più rumore ad esempio quanto fosse corta la sua gonna o quanto alcool avesse nel corpo, le sue abitudini, le sue amicizie. Ha dissentito? Ha posto resistenza?

É la vittima che viene analizzata. Il carnefice magari ha potuto fraintendere le sue intenzioni. Bastava dire di no, bastava opporsi. Poi se é stata immobilizzata , o se si sia sentita imprigionata nel suo stesso corpo, non ha importanza. Non ha detto no, quindi non é stupro!

In molti processi, l’unica processata é la vittima.

La concezione che si ha oggi della donna é ancora da definire. Viviamo a tratti in un mondo totalmente patriarcale, in cui la figura della donna non é altro che quella di un oggetto. Per molti le donne non dovrebbero essere altro che bambole gonfiabili, devono stare in silenzio e soddisfare ogni loro capriccio e desiderio.

Telegram é in assoluto il social che rispecchia di più gli uomini marci che calpestano il nostro pianeta. Vengono vomitate le loro più macabre perversioni sessuali. Si scambiano foto di ex fidanzate, di minorenni, addirittura dei propri figli e figlie. I commenti presenti in quell’app fanno rabbrividire. Non esiste alcuna etica o morale. Tutto é concesso.

Aggiungerei: per fortuna non tutti gli uomini sono così!

Una donna ha ancora paura a camminare per strada, specialmente se per una strada buia o poco trafficata, magari da sola o persino con un’amica perché puntualmente si sente intimidire da uno scemo qualunque, ovviamente questo quando le va bene.

La società ci impone una figura della donna totalmente inesistente. Insomma la donna dev’essere bella, magra ma con un bel seno, ma anche abbastanza alta, non troppo ma neanche poco, ma sportiva, ma anche elegante, simpatica, intelligente, non troppo intraprendente.

La donna dev’essere madre. Non può non avere un istinto materno o basare tutto sulla sua carriera professionale. Impossibile!

Ha poca importanza in realtà che tu possa essere o meno fertile, che non possa adottare. La donna serve per procreare. Non é altro che questo una macchina sforna bambini.

Quindi dimentichiamoci del diritto all’aborto. Non sia mai che una donna voglia affidarsi a questa sua consapevole e ponderata scelta. In fondo non riguarda lei stessa.

Insomma, la donna ha ancora molto per cui lottare: la disparità salariale ad esempio, é un tema di cui tanto si parla. Infatti, se ne parla e basta.

Quando una donna riesce ad arrivare a certe posizioni, possa essere in politica ma in qualsiasi settore lavorativo, lei l’ha sicuramente data a qualcuno di troppo. La sua professionalità viene costantemente messa in discussione, spesso dalle donne stesse. Le donne non sono particolarmente solidali fra loro.

Se una donna decide di intraprendere una carriera da pornodiva non le verranno mai poste le stesse domande come al nostro amato Rocco. Lei verrà messa in discussione e per altri versi verrà anche disprezzata.

Poi non parliamo del famoso ciclo. Una donna arrabbiata non é altro che un’isterica mestruata.

Il ciclo ci dura intorno a 365 giorni l’anno praticamente.

Da non dimenticare però che anche l’uomo combatte una battaglia contro gli stupidi stereotipi imposti dalla società; infatti l’uomo non può piangere, o amare il rosa, lo smalto, odiare il calcio o la boxe. Niente che possa mettere alla prova la sua virilità.

Un padre non deve aver diritto al congedo di paternità, perché é la madre che partorisce, ed é sempre a lei che spettano tutte le decisioni. La maggior parte delle volte in cui si finisce in tribunale per la custodia dei figli, la madre ha la meglio anche se questa non necessariamente sia un buon genitore.

Inoltre ci sono molti stupri e abusi da parte di donne nei confronti dell’uomo. Ma non esistono denunce in merito, il più delle volte l’uomo ha vergogna di denunciare la propria carnefice perché sarebbe oggetto di derisione. E automaticamente, se ne parla e se ne conosce poco.

Uomo e donna hanno ovviamente delle differenze, ma queste dovrebbero essere valorizzate. Così come tutti i cliché e gli stereotipi dovrebbero essere messi da parte.

Riusciremo mai a vivere in un mondo in cui il proprio sesso non identifichi la persona in sé?

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“Violenza e stupro: tutta questione di stereotipi?”, non è l’unico articolo di Grazia Scano; puoi leggere anche: https://flavorchris.wordpress.com/2020/06/25/essere-donna-fa-paura/

Oppure via su: https://www.inbilnostroblog.com/

Foto di Oleg Magni

Essere donna fa paura

Essere donna fa paura

Di Grazia Scano

Tempo di lettura: 4 min

Apro gli occhi a malapena, sembrano incollati.

Oggi sono proprio stanca, non mi va di andare a lavoro, rimarrei volentieri qui a dormire un altro po’..

Invece devo sbrigarmi o arriverò tardi.

Mi alzo, faccio una doccia veloce, una sistematina ai capelli.

Bene, denti lavati ora manca solo un po’ di phard per camuffare tutte queste occhiaie.

Aaah meno male domani sono di riposo, é stata una settimana davvero stressante.

Esco di casa, passo svelto, cuffie nelle orecchie e mi perdo tra i miei mille pensieri.

Oggi devo andare a fare spesa, madonna é tardissimo.

Sono le 5 del mattino, non c’é nessuno per strada, solo qualche superstite del fine settimana. Bene, il tram é in ritardo. Non posso fare ritardo oggi, troppe prenotazioni.

Ecco, finalmente in viaggio. Esco dalla stazione.

Testa bassa, sempre con la musica nelle orecchie.

Sono come in stand by, assorta dai miei pensieri.

Non faccio caso a chi ho intorno, oggi é domenica,

e la domenica mattina qui al centro é sempre un po’ complicata.

Tante persone, molte delle quali ancora ubriache dalla notte prima.

Cerco di non attirare l’attenzione, continuo a camminare veloce.

Un gruppo di ragazzi si dirige verso di me. Il cuore inizia a battermi forte, ho un po’ di ansia. Magari hanno bisogno semplicemente di un’indicazione o di un accendino..

Invece no, si bloccano davanti a me.

Mi parlano, non capisco. Ho le cuffie non li sento e in realtà non ho proprio voglia di sentirli, devo andare a lavoro, non posso fare tardi.

Ma un ragazzo biondo con aria strafottente mi toglie le cuffie dalle orecchie, un altro mi si piazza davanti. Un altro sghignazza qualcosa.

<<Mi potete lasciare in pace? Devo andare a lavoro.>>

Gli dico, con un filo di voce tanto fino che quasi impercettibile.

<<No, tu oggi non lavori. Tu oggi stai con noi. >>

Risponde il ragazzetto biondo, ha uno strano sorriso in faccia, mi mette paura.

Ma non posso cedere. << Devo andare, lasciatemi passare>>.

La mia voce é sempre più tremante, non devo fargli capire che ho paura.

Ridono, singhiozzano e bisbigliano qualcosa di talmente incomprensibile quanto terrorizzante. Cerco di sbloccarmi da quella barriera che hanno creato intorno a me.

Ma é una muraglia cinese, impossibile sorpassarla.

Tolgo fuori la voce grossa. Cerco di guardali con un’aria di sfida, anche se in realtà i miei occhi rivelano tutta la mia inquietudine.

<<Te l’abbiamo detto, oggi tu rimani con noi>>

Mi guardo intorno, cerco qualcuno, qualche passante. Ma niente.

La stazione in pieno centro alle 6 del mattino é completamente vuota.

Provo un’altra volta a chiedergli gentilmente di farmi passare.

<< Se non mi fate passare, mi sento obbligata ad urlare e chiamare la polizia.

Non é uno scherzo, lasciatemi stare. >>

Loro, é come se non mi ascoltassero. É come se la mia voce non stesse mandando alcun suono. Continuano a ridere, iniziano a deridermi.

Vogliono farmi paura, vogliono che io abbia paura.

Uno ad uno, si avvicinano sempre di più, uno ha messo il suo muso davanti al mio e urlava <<BU BU BU>>, gli altri ridevano.

Io sto iniziando ad innervosirmi. Non ho tempo per loro e tanto meno voglia.

Inizio ad alzare il tono di voce, ripeto che voglio essere lasciata stare, che non fanno ridere. E che quello che stanno facendo é stupido.

Loro non mi danno importanza. Non so cosa vogliono da me.

Rimangono lì fermi a guardarmi e ridere. Continuano a bisbigliare qualcosa.

Mi sento esplodere. Voglio solo andare a lavoro. Cerco di farmi spazio, ma mi placcano. Allora inizio ad urlare. Ad urlargli di tutto. Sono in 4 e io sono sola. Sola completamente.

Non so davvero cosa possa succedere, non ho neanche il tempo di pensare, non ho la capacità di pensare. I miei gridi si fanno sempre più alti, sono per di più gridi di speranza. Spero che qualcuno possa sentirmi e liberarmi da questa prigione che hanno creato attorno a me.

Ma ancora niente, non capisco. Qual é il loro scopo? Mettermi paura? Oppure hanno intenzione di.. non voglio neanche pensarci. Il solo pensiero mi devasta, mi sta venendo da piangere. Devo resistere. Sono passati 10 lunghi minuti. Mi sembra un’eternità.

Finalmente, passa un gruppo di ragazzi, grido sempre più forte, certo di attirare la loro attenzione.

L’ho attirata. Si avvicinano verso di me, e io sono riuscita a scavalcare quel muro torbido. Mentre vado via li guardo. Ho i loro volti ancora impressi. Riesco solo a chiedergli: <<Perché?>>.

Arrivo a lavoro ancora visibilmente scossa. Piango, finalmente posso cedere. Posso sfogarmi, e odiarli.

Se non fossero arrivati quei ragazzi in mio soccorso, cosa mi sarebbe successo? Questa domanda mi devasta. Mi deteriora dentro.

Non sono ancora riuscita a scacciare quella paura. Quel dubbio mi logora il cervello.

Non sono libera di poter uscire di casa senza che qualcuno non si senta in diritto di invadere la mia persona. Non esiste volta in cui non mi sia sentita violata. Ci sono ragazzi che mi hanno seguito, fin quanto non ho corso così veloce da perdermi. Altri invece, che hanno fatto complimenti non richiesti quanto volgari. Chi invece si é fermato al fischio, o al bisbiglio. Alcuni me li sento ancora addosso.

Perché essere donna fa ancora così paura? Non siamo libere. Crediamo di esserlo. Ma che sia giorno o notte, viviamo nella paura di trovare l’ennesimo frustrato che ci perseguita, che ci importuna, che ci violenta. Perché é questo che violano, la nostra anima. E non dev’essere sempre solo fisica una violenza..

Quando cambierà questo?

#Donna #Violenza #Paura

Altri articoli di Grazia Scano su: https://flavorchris.wordpress.com/2020/06/11/il-razzismo-in-italia/

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Essere donna fa paura; Foto di Elle Hughes

Il razzismo in Italia

Il razzismo in Italia raccontato con gli occhi di una ragazza di 22 anni

di Grazia Scano

8 maggio 2020

tempo di lettura 6′

Mi chiamo Wendy e ho 22 anni. Ho origini africane ma sono nata in Italia. Da quattro anni vivo a Bruxelles, dove frequento l’università di fisioterapia.

Sono nata in Italia, il mio documento d’identità è italiano, la mia cultura è italiana così come la mia lingua e le mie abitudini. Sono gli altri a non considerarmi tale, sarà dovuto al fatto che non sono bianca. Il colore della mia pelle ha da sempre parlato per me, in Italia almeno.

Non ha importanza quello che mi sento io, ma quello che sentono gli altri.

La cosa assurda è che non sono neanche considerata africana dagli africani, in pratica non ho un’identità. Non posso averla, non me lo permettono. Sto nel mezzo, nel niente. Sono tutto ma niente. Sono semplicemente marchiata. Non mi è possibile avere un senso di appartenenza.

“Il razzismo in Italia”, un articolo di Grazia Scano https://www.inbilnostroblog.com/

Purtroppo molte persone sono ignoranti e ritengono che sia il colore della pelle a garantire la cittadinanza alle persone, non importa che tu sia nata lì, che parli la loro stessa lingua, che mangi i loro stessi cibi. Non importa nemmeno che tu abbia la loro stessa cultura e magari anche la stessa tradizione. Rimane il fatto che tu non sia bianca, ma nera. Inizialmente sì, questo ha creato in me molti problemi a livello personale. Poi ho smesso di farci caso, ho smesso di dare importanza a queste persone.

E sì, ho subito personalmente episodi di razzismo. Alle elementari, ad esempio, i bambini mi prendevano in giro perché dicevano fossi marrone come la merda. Ma a questo non ho mai dato tanto peso in fondo, erano solo bambini. E col passare del tempo ho capito che i bambini in realtà rispecchiano i propri genitori. Parlano con la loro bocca.

Sono i grandi che mi preoccupano. Infatti, i maggiori problemi li ho avuti proprio con loro. Principalmente a scuola, con le insegnanti.So che sembra strano ma per me è stato così. I peggiori momenti della mia vita li ho passati dietro i banchi di scuola, e gli artefici erano proprio i miei insegnanti, o meglio, alcuni di essi.

Ricordo che alle elementari una maestra mi derideva davanti ai compagni perché avevo le treccine. Diceva che ero sporca. Continuava a toccarmi i capelli e con aria schifata continuava a dire che non ero pulita per via delle mie treccine. Io inizialmente non capii la gravità della situazione, ero piccola.

Mi ricordo però che quando tornai a casa e lo raccontai a mia mamma lei arrabbiò molto. Forse è in quel momento che misi a fuoco quanto accaduto. Ti dico solo che mia madre è una maniaca dell’ordine e della pulizia, puoi capire bene quindi che ciò che aveva detto la maestra era pura cattiveria. Mia madre andò a scuola e discusse a lungo. Dopo qualche giorno la maestra venne trasferita ad un altro corso.

“Il razzismo in Italia”, un articolo di Grazia Scano https://www.inbilnostroblog.com/

Mi ricordo la delusione e la tristezza negli occhi di mia madre. Mi ricordo la forza che ebbe ogni giorno nel proteggermi e prepararmi a questa triste realtà. Le promisi che qualsiasi cosa che mi venisse detta o fatta contro a causa del colore della mia pelle, io ne avrei parlato con lei. E le promisi anche che non avrei mai dato a nessuno il permesso di prendersela con me solo perché ho la pelle di un colore diverso.

E poi alle superiori un’altra professoressa: frequentavo il liceo classico e non avevo mai avuto alcun problema in italiano o latino, almeno fino al terzo anno. Quell’anno cambiammo insegnante e da voti alti come 9 o 10 mi ritrovai a prendere 3 e 4. È stata una brutta botta. Ho messo in discussione me stessa, la mia preparazione. Sono arrivata a pensare che non fossi capace. Che il problema fossi io.

Ringrazio i miei amici che mi hanno sempre protetto ed appoggiato, che hanno reso tutto sempre meno brutto. Anche quando questa professoressa esultò con questa frase: «Ai miei cani piacciono solo i colori puri. Quando vedono qualcuno vestito di nero iniziano ad abbaiare». Anche dopo un’esclamazione del genere i miei amici sono stati capaci di farmi ridere e di prendere tutto con molta leggerezza.

La frase mi offense molto. Tutti rivolsero i propri sguardi a me. Se non ci fossero stati i miei amici in quel momento, non so come avrei reagito.

I problemi con la prof poi migliorarono, per così dire, ma comunque non raggiungevo mai voti altissimi. Era diventato impossibile per me poter aspirare al massimo. Smisi di darle importanza. Smisi di farmene una colpa. Questo, ovviamente, dopo mesi di pianti e di recriminazione a me stessa, dopo gli attacchi di panico dovuti all’umiliazione subita. Mia madre me lo diceva sempre:«Se gli altri devono fare 100, ricordati che tu devi fare 150».Io dovevo sempre dimostrare qualcosa, sempre essere al massimo.

Sono cresciuta in un piccolo paesino delle Marche dove mi conoscevano tutti. Qualche persona che mi guardava storto non mancava. Magari per strada o al supermercato, a volte sentivo su di me sguardi carichi di paura. Come se io potessi fargli del mare. Ora tu mi vedi, sono mingherlina e non farei del male neppure a una mosca, eppure. Addirittura una volta provai a restituire un portafoglio caduto ad una signora. Ma questa continuava a fuggire da me. Io provai a spiegarle che volevo solo restituirle una cosa sua. Ma lei non ne volle sapere. Continuava a fuggire. Fin quanto non dovetti fermare un ragazzo e spiegarle la situazione. Il ragazzo consegnò il portafoglio alla signora e le spiegò cosa fosse successo. Lei non mi chiese scusa, mi guardò e basta. Ma il suo sguardo parlava per lei. Era pietrificata. Ed io, soddisfatta. Era una rivincita per me.

Una volta arrivata a Bruxelles cambiò tutto. Mi trasferì in Belgio per il progetto Ragazza alla pari, inizialmente stavo sempre sul chi va là. Aspettavo che qualcuno mi giudicasse perché nera, invece no. A nessuno è mai importato il mio colore. A nessuno è mai interessato se avessi o meno le treccine. Loro volevano giudicarmi per la mia persona, non per mio aspetto. Insomma, qui la diversità è vista come un vantaggio. In Italia invece è un problema.

In Italia ho sempre vissuto con l’obbligo di comportarmi bene. Mi spiego, è come andare a casa dell’amico di tuo cugino, se tu rompi qualcosa è un problema ma se lo fa lui no. È il sapersi comportare a casa degli altri, anche se poi è anche casa mia. Non so se sia giusto o sbagliato. So che è così.

I media contribuiscano all’odio.

Il principale problema italiano sono i media. Loro non raccontano nessuna verità. Raccontano la verità che gli italiani vogliono sentire. Si perché ci hanno abituati a cercare un colpevole, siano abituati a lamentarci in continuazione senza però mai trovare una soluzione. E la politica ed i media fanno questo, alimentano questo senso di ignoranza. Trovano il colpevole e fanno in modo che i fallimenti dell’italiano medio provengano da qualcun altro, in questo caso dagli immigrati. In Italia sono molti a dire che gli immigrati vengono a rubarci il lavoro. Ma allo stesso tempo loro il lavoro neanche lo cercano. Ovviamente mi riferisco solo ad alcuni, per fortuna non sono tutti così. Ho molti amici che sono anni che devono farsi un curriculum. Ma che ci vuole a farlo? Io lavoro da quando ho 16 anni.

L’italiano è abituato a lamentarsi senza trovare soluzioni. Non agiscono. E quando sono altri a farlo, li criticano. In Italia molti credono ancora alla favola che gli immigrati alloggino in hotel extra lusso. In realtà, molti vivono in case distrutte, tutti ammassati fra loro senza intimità e in situazione di forte degrado. Voglio solo dire che la maggior parte dei richiedenti asilo vengono fatti vivere in condizioni pietose e disumane, ma questo non lo dice nessuno.

Conosco tante persone che hanno vissuto in condizioni simili. So di per certo che in molti sono fuggiti dalla guerra ed hanno rischiato di morire; alcuni sono sopravvissuti, tuttavia, lungo il loro cammino hanno incontrato la solitudine e nel corso del tempo sono rimasti in balia di sé stessi. Non chiedo che a questi vengano dati chissà quali servizi o chissà quali comfort, chiedo solo che gli esseri umani si comportino come tali, da umani. Chiedo solo che non si guardi la differenza di etnia, ma che ci si riesca a guardare negli occhi, che ci si renda conto che siamo tutti persone, che nella nostra diversità siamo tutti uguali; che queste persone vengano davvero aiutate; vorrei che l’Italia di imparasse dal proprio passato, che si togliesse questa maschera intrisa di ipocrisia e che iniziasse a vedere a colori e non più in bianco e nero.

“Il razzismo in Italia” ed altri articoli li puoi trovare al seguente indirizzo: https://www.inbilnostroblog.com/

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“Il razzismo in Italia”, un articolo di Grazia Scano https://www.inbilnostroblog.com/; Credits :

Foto di mmi9 da Pixabay

Markus Winkler da Pixabay

Raul Vinicius PixZito da Pixabay

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Born in Italy: il libro fotografico di Carmen Sigillo

9 giugno 2020

di Michela Sellitto

2′ minuti di lettura circa

Dopo una lunga attesa il progetto fotografico di Carmen Sigillo, Born in Italy, diventa libro. Le pagine sono un crescendo di immagini che conducono con una disarmante semplicità all’interno della viva realtà di Castel Volturno.

Il progetto prende spunto dalla vicenda della TAM TAM Basketball, squadra che nel 2017 vide il divieto di iscrizione ai campionati essendo composta esclusivamente da figli di immigrati di Castel Volturno, quindi ragazzi nati in Italia, ma, a causa della mancanza della Ius soli, privi della cittadinanza. Grazie alla mobilitazione sulla vicenda conseguì un emendamento pro Tam Tam che rientrò nella legge di bilancio del governo Gentiloni, grazie al quale dal 2018 i figli di immigrati poterono iscriversi e partecipare ai campionati.

Sigillo, colpita da questa vicenda, non si è però limitata a una semplice cronaca. Con il tempo è penetrata nelle abitudini dei ragazzi, prima durante gli allenamenti, poi nelle abitudini e nella quotidianità familiare.

Giorno dopo giorno i loro rapporti si sono intensificati intraprendendo un percorso ricco di momenti fatti di tenerezza, entusiasmi e risa. Le domeniche al mare, i pomeriggi in campo, le feste di compleanno, il capodanno, ogni scatto catturato dalla fotografa è un attimo di sublime respiro, carico dell’intensità dell’emozione e dell’atmosfera dell’istante. Questa forte condivisione ha permesso a Sigillo di avvicinarsi così tanto a questi ragazzi da poterne narrare pienamente la loro storia.

L’esigenza che andava crescendo nel cuore della fotografa era quello di dimostrare quanto realmente questi ragazzi fossero “Born in Italy”, e restituire a questi giovani e alla loro terra quanto ella avesse ricevuto con la loro grande anima e gioia di vivere. La fotografia di reportage ha avuto un ruolo fondamentale per la realizzazione di questo racconto. Gli scatti pieni di forza e di spontaneità permettono di conoscere la realtà di Castel Volturno con tutta l’emotività e la passione che Sigillo ha vissuto con trasporto. Il lavoro, già esposto a Napoli, Treviso e Bologna, ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti e fra gli altri è risultato vincitore per il Witness Journal – Dentro il reportage, l’ASPA – Alghero Street Photography Awards, l’Italian Street Photo Festival. Born in Italy è ancora altro, gli obiettivi prefissati non sono ancora del tutto raggiunti, Carmen Sigillo ha molto altro in riservo.

Segui anche la pagina fb: https://www.facebook.com/BORN-IN-ITALY-231678191025435/

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Panaro Solidale e altre storie: viaggio a sostegno dell’arte

Panaro Solidale e altre storie: viaggio a sostegno dell’arte

Con Angelo ‘Capitano’ Picone e Pina ‘Perzechella’ Andelora

Ph Raffaella de Luise Photography

Il viaggio

In questo episodio sono finito a Vico Pallonetto a Santa Chiara, a Napoli.

Ad essere onesto, devo dire che mi sono sentito piuttosto emozionato poiché il “Panaro Solidale” è comparso per la prima volta proprio qui.

Per chi non lo sapesse, il panaro è un piccolo recipiente di vimini che solitamente viene calato dal balcone di casa per raccogliere la spesa che vengono portate dal ragazzo delle consegne.

Durante l’epidemia da CoronaVirus, tuttavia, Angelo ‘Capitano’ Picone e Pina Perzechella Andelora, non potendo ricevere di persona, hanno avuto la brillante idea di calare il proprio paniere e di distribuire pasti ai più bisognosi.

“Chi può metta chi non può prenda” è lo slogan utilizzato dai nostri carissimi amici; una frase d’effetto che ben rappresenta la natura di questa iniziativa.

L’appello

La decisione di creare questo episodio nasce dall’esigenza di raccontare la storia e le difficoltà che gli ideatori del panaro, ora, con l’inizio della fase due, si trovano ad affrontare

Per salvare la propria associazione, Angelo e Pina hanno creato un sito internet (https://www.panarosolidale.it/) in cui è possibile effettuare una donazione e sostenere il loro progetto; tuttavia, sulla piattaforma, è anche possibile conoscere la loro storia e le iniziative che propongono per il quartiere.

Vi invito a visionare i loro contenuti, poiché ne vale la pena.

I loro riferimenti social sono i seguenti:

Vico Pazzariello>https://www.facebook.com/vico.pazzariello/

Panaro Solidale> https://www.facebook.com/napolisolidale/

Colgo anche l’occasione per ringraziare Raffaella de Luise Photography, che con la sua macchina fotografica si è offerta di immortalare questo avvenimento.

Vi invito a visitare la sua pagina Facebook: https://www.facebook.com/raffaella.de.luise.photography/?ref=br_rs

oppure la pagina Instagram: https://www.instagram.com/rdeluise/?hl=it

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Docufilm “Street Life” – guarda ora in streaming

Docufilm “Street Life” – guarda ora in streaming

Con Flavor Chris

Giammarco Argenzio Creators

Music provided by Epidemic sound

Docufilm “Street Life”

Era una gelida sera di dicembre quando mi ritrovai a percorrere via Chiaia.

Ricordo che nell’aria si respirava un’atmosfera onirica, quasi surreale. Intorno a me i passanti camminavano a passo svelto, guardando con occhio scrutatore ora il negozio di abbigliamento, ora il negozio di scarpe, come se all’interno dei locali di via Chiaia ci fosse un mondo fatato ed estraneo ai più.

Di tanto in tanto, per un caso fortuito, capitava anche che i passanti incontrassero dei loro conoscenti ed a quel punto la “ricerca di Eldorado” si arrestava ed i suddetti, talvolta in modo sguaiato, intavolavano lunghe conversazioni nel bel mezzo della strada.

Io nel frattempo girovagavo nella speranza di poter trovare un piccolo spazio dove potermi esibire. Come di consuetudine in testa avevo il mio cappello tribly nero, acquistato a Parigi, mentre nel borsone c’erano le logore scarpe da tip tap, il costume di scena ormai ridotto a brandelli, e lo stereo; tra le braccia tenevo stretta la tavola sui cui solitamente ballo.

Accadde che non appena trovai la mia postazione, mi preparai ed accesi lo stereo; tuttavia poco prima di iniziare si avvicinò a me un ragazzo di media statura, con i capelli bruni, che avrà avuto suppergiù vent’anni.

Non ricordo esattamente cosa mi chiese ma ricordo molto bene che egli si avvicinò a me e mi fece molte domanda. Io, con molto garbo, gli risposi.

In men che non si dica, non so perché, finii per raccontargli tutta la mia storia da artista di strada.

Nel corso della mia narrazione lui se ne stava immobile ed ascoltava senza mutare l’espressione del volto; dopodiché, quando smisi di parlare mi guardò e mi disse

<<Vorrei realizzare un docufilm. Ti andrebbe di essere uno dei protagonisti del mio progetto?>> e senza aggiungere altro, con molta pazienza, attese un mio verdetto.

Ad essere onesto, di primo acchito, a quella proposta non avevo dato molta importanza. Sono sempre stato convinto che le persone che passano dalle parole ai fatti, sono ben poche. In più mi sembrava paradossale che qualcuno, conosciuto così, in mezzo alla strada, potesse avanzare un’offerta così allettante. Ma la vita è ricca di sorprese e di lì a poco, ahimè, mi sarei dovuto ricredere. Quel ragazzo non era un chiacchierone: faceva sul serio.

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https://vimeo.com/423571076

Docufilm “Street Life” – Watch now

Docufilm “Street Life” – Watch now

With Flavor Chris

Giammarco Argenzio Creators

Music provided by Epidemic Sound

Docufilm “Street Life”

“Docufilm “Street Life” – Watch now”

When i was attending the art accademy

When I was attending the art academy, my theatre teacher told us a Japanese tale. It was a story about a young man who went alone up a mountain in order to meditate and understand why all the things sourrounding us, sooner or later, are intended to die. At the end of this tale, through many obstacles, the guy came to the conclusion that “if you want to engage to universal wisdom, there’s a price you need to be willing to pay. Only the one who is able to overcome fear of death, allows himself to live a happy existence”.

At that precise moment my journey as an artist began. I was 25 and had just left Italy for Paris. A few months earlier I had finally just graduated from high school and the only thing I cared about was dancing.

France

I arrived in France with the only purpose to study and grow as an artist. I couldn’t work because I didn’t have the right documents, my one and only option was the street. I remember that day vividly. I walked out of my I home, with my Hi-Fi hanging off my shoulder and started walking towards Montmatre. It was the January 13th, 2016, exactly two months after the brutal attack on the Bataclàn theatre.

As I approached the side of Montmatre church, I cranked the music while hiding my despair, I started dancing.

At the end of my performance I had earnt 7 euros and a handful of pennies. I was the happiest person on the planet. From that moment, I started dancing almost everywhere. I still didn’t have a real show to perform: I’d play some random songs while i began dancing and watched people’s reactions.

I even bought a beautiful and elegant black tuxedo, a bright red tie, blues-brothers look alike sunglasses and a black trilby hat.

Morality player

When I performed on the street, my idea was to play a character that didn’t actually represent who I am, but rather to show how society and Western culture perceive a man with brown skin.

And I wanted to do it in a bold, ironic and almost grotesque way. With this in mind, after looking long and hard, I found “O Sarracino”, written by Renato Carosone and Nicola Salerno (both Neapolitan composers), a song that expresses the concept of the “white gaze”.

I discovered that the authors’ intention was basically to represent the landing of a captivating “Saracene” who drives all the ladies crazy.

“Perfect” – I thought to myself – “This is just the song I was looking for”.

While performing it, I gained a lot of confidence and over time my self-esteem grew.

It was an incredible experience for me, as I was able to support myself financially without anybody’s help.

For somebody who had never really believed in his skills, well, it became. huge.

At the end of each performance, I’d see people were happier, after a long day they were looking for a distraction or something different.. This made me feel better and others too.

Message

Looking back, I learnt that the best message you can share with people around you is: “everyone has the chance to grab their own dream. What’s really important is to gain the confidence and take action with one’s own way of thinking, and to never give up.”

No doubt my way of thinking has been influenced by Nichiren Daishonin’s Buddhism. What always struck me was the fact that there’s no difference between Buddha and anybody else, we are all able to live our lives with joy. As a matter of fact any single living being has the inner potential to face toughness and difficulties that crosses their path.

Naples

I recall a particular moment as if it just happened an hour ago. I was standing in Rue Montorgueil, walking around the tables after my show, saying my usual “If you liked the show, put some bucks in the hat, otherwise a smile always works!. Da Napoli, la mozzarella, quella buona!

Mocking a very strong, but not completely accurate southern Italian accent.

That night was different…a guy from Naples came up to me, he was pissed off, and instead of giving me a coin he asked with a harsh tone: “Hey kid, have you ever been to Naples?”

I was shocked. I had never been to that beautiful city! So after having rolled around Europe, I decided to buy a ticket to Naples. It was one of the wisest choice I ever made. There, I learned the importance of talking about pain, even a loss, with irony. It’s a signature of the people raised in that part of the “boot”. Laughing and making fun even when tragedies occur.

This, in my opinion, means being intelligent.

Napoli is a very welcoming city and people living here are even more special. I need to thank all of them, for all the love and the affection they showed me.

Mentions

besides all the people who supported me here, I of course need to mention others who are not here. First of all my Mom and my former theatre teacher, Mbango Beer who convinced me to tap dance on stage my very first time. I thank Steve Zee – my first tap dance teacher; thanks to Guendalina Moraldi, Astrid, Ayoub and Vito – my roommates in Paris, who witnessed thefirst steps of my career, and shared the joy and sadness. Thanks to Sonia, who hosted me when I was in Nice, France. Thanks to my Brutal Force Crew, with whom I started dancing in Milan. Thanks to all the people who stopped by during my shows, who watched me and left either a coin or simply few words of encouragement.

Focus

When you are self taught, it’s hard. It’s hard to learn, to avoid mistakes and it’s even harder to achieve good results. Therefore it’s difficult to always guarantee the best performance. That’s my drawback: I’m totally anti-academic. On the other hand, do you know what the advantageis? When you are alone, with nobody teaching or supporting you, you need to always believe in yourself and in what you’re doing. This make you always focus on what is really important and helps put aside what is not.

This is why i feel way luckier than those spending their lives in that ivory tower.

When I find myself on that strip of land there’s only me and the audience.

You can bet on it, legs were trembling since for so long and your heart, you know, will sure be beating like a hammer. In that moment, you know in your gut, that the idea of failure is not even a possibility. Each one of them is there, standing and staring at you, waiting for you to make the first move. They are ready to pass you by if they feel you’ve failed or they are so willing to clap if you were able to impress them.

At the end of the show, having accomplished your goal, you feel something growing inside and that’s uncompareable freedom. I think that there’s nothing in the world I’d trade for it.

Before i begin, I always put a dollar in my hat for good luck (you may not believe it but passers by always wonder who put that specific dollar in there); whenever i finish, i love playing some classical music track, take in the view and the people, observing them i gamble with my self betting on where they are going.

Direction

I don’t know how in which direction this story might push itself. I ‘ve come to the point where I either need to earn money with my art to pay my bills or change carreers.

Anyway, i don’t have any regrets. I made my conscious choices and the only thing i can do now is face my future with faith and optimism, and work my tail off to make today a better day than yesterday.

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Quello che le donne vogliono: una serata con Mira Sacco

Quello che le donne vogliono: una serata con Mira Sacco

“What women want” (quello che vogliono le donne) è un podcast che nasce dall’esigenza di conoscere, capire, comprendere il punto di vista femminile.

In questo episodio, sul lungomare di Napoli, ho incontrato Mira Sacco, una mamma napoletana che ci ha svelato il suo punto di vista.

Mi auguro vi piaccia questo episodio ma prima di lasciarvi volevo riportarvi uno scritto di

Virginia Woolf

“In fondo al tuo cuore, dunque, il ritmo mantiene il suo eterno battito – non è forse questo che fa di te un poeta? A volte sembra scemare fino a sparire del tutto. Ti lascia mangiare, dormire, parlare come le altre persone. Poi di nuovo si gonfia, cresce e cerca di raccogliere il contenuto della tua mente in una sola danza dominante. Stasera è una di quelle volte.

Anche se sei solo, ti sei tolto uno stivale e stai per slacciarti anche l’altro, non puoi proseguire nella svestizione, ma devi subito metterti a scrivere sotto l’impulso della danza. Afferri carta e penna. Non ti curi neanche di tenere bene in mano questa e di stendere bene quella. E mentre scrivi, mentre leghi assieme le prime strofe della ballata, io arretro un po’ e guardo fuori dalla finestra. Passa una donna, poi un uomo. Una macchina rallenta e si ferma e poi – ma non c’è bisogno di dire quello che vedo dalla finestra, né ce n’è il tempo, perché sono improvvisamente destata dalle mie osservazioni da un urlo di rabbia o di disperazione. La pagina è accartocciata in una palla. La penna è piantata dritta con il pennino sul tappeto.

Se ci fosse stato un gatto da maltrattare o una moglie da uccidere, questo sarebbe stato il momento. Così almeno deduco dalla tua espressione feroce. Sei amareggiato, scosso, completamente fuori di te. E se devo indovinarne la ragione, direi che il ritmo, che si apriva e chiudeva con una forza tale da provocare scosse di eccitazione dalla testa ai piedi, ha incontrato qualche oggetto solido e ostile su cui si è frantumato in mille pezzi. Si è intrufolato qualcosa che non può essere reso in poesia.”

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Foto di Elle Hughes