Non solo rap: intervista a Lucariello

Non solo rap: intervista a Lucariello

Come noi tutti sappiamo, il rap è un genere musicale nato negli anni ’80 del Novecento nei quartieri neri di New York, caratterizzato da canzoni con un ritmo molto pronunciato, e con testi di tono colloquiale, spesso di contenuto politico, che vengono cantati in una sorta di recitativo.

Nel corso degli anni, questa forma d’arte si è diffusa largamente nel mondo poiché è accessibile, facile e di immediata comprensione.

Si può affermare, dunque, che il rap (e l’hip hop in generale), oggigiorno, sia un movimento mainstream; tuttavia è più che necessario ricordare ai cari lettori che l’hip hop si è rinnovato e si è adeguato in base ai tempi. Non è mia intenzione dilungarmi molto sulla “riforma dell’hip hop”. In questo articolo vorrei soffermarmi sul caso particolare di un rapper storico napoletano che porta il nome di Lucariello.

Sin dai primi anni d’infanzia, Luca si diletta a fare rime sulle canzoni ascoltate in radio; dopodiché, all’età di sedici anni, con il nickname di Lucariello, inizia ad esibirsi come rapper nei locali e nei centri sociali. Qualche anno più tardi, l’artista fonda il gruppo “clan Vesuvio”.

A quel punto per il rapper si susseguono vari successi: importanti collaborazioni con vari artisti, incisioni di nuovi dischi ed apparizioni televisive. Ma per Lucariello non è tutto.

Durante l’esperienza come educatore nelle carceri, l’artista capisce che, attraverso un metodo non violento, bisogna effettuare una modifica sostanziale allo stato di cose.

Gli incontri ravvicinati con i carcerati, difatti, gli mostrano una realtà cruda, la realtà di alcuni ragazzi che hanno commesso reati, privi di un’adeguata educazione ed abbandonati dalle istituzioni, oltre che dalle loro famiglie.

Per risolvere le problematiche sociali, dunque, per Lucariello diventa così necessario intervenire in prima persona laddove il governo decide, e quindi presentare la propria candidatura alle elezioni della regione Campania.

Tenendo conto che il rap, nei suoi connotati positivi, sensibilizza le coscienze, educa e talvolta corregge il comportamento, la decisione presa dall’artista non dovrebbe sorprendere. Al contrario dovremmo chiederci: quanti artisti nel mondo prenderebbero una decisione simile?

Detto questo, di certo, la questione della “riforma dell’hip hop” è sempre aperta. Inoltre torna sempre più ricorrente la domanda: perché non mettere insieme l’hip hop e l’impegno politico in modo che formino un tutt’uno? “Perché non trasformare la stanza dei bottoni in un cypher un luogo in cui si possa fare una chiacchierata franca ed esplicita?

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